Francesca Sassu

11-09-2017
LA MENTE NON LO SA - Ovvero il mio primo appuntamento con Alfredo Jaar

Non posso non parlare in questo blog del mio primo incontro con l’artista cileno Alfredo Jaar. Se non altro perché rimanga agli atti, perché quando rileggerò questo post mi ricorderò del momento in cui l'ho scritto. E magari la penserò diversamente da oggi. E sentiró altro.
Magari sarò abbruttita, delusa o disinteressata e non si accenderà in me alcuna scintilla. O forse sarò abbruttita e disinteressata e, leggendo queste righe, mi ricorderò di quando ancora ero capace di emozionarmi con l'arte.

Sabato è stato così: mi sono emozionata. E mi sono resa conto che era da un pó che non mi capitava.
Concentrata negli ultimi anni in tutti gli aspetti organizzativi che stanno dietro a progetti affollati e troppo veloci per potersi apprezzare, in quest'ultimo anno sono finalmente riuscita a riprendere il mio tempo e il mio ritmo. E a tornare a frequentare l'arte come spettatrice dallo sguardo inaspettatamente ingenuo e libero, ripulito da certe dinamiche professionali e - con mia sorpresa- ancora desideroso di ciò che talvolta era diventato persino fonte di rigetto.

Alfredo Jaar era già venuto in Sardegna, e precisamente nel 2008 in occasione della conferenza dal titolo “La Sardegna è un’isola?” promossa dal collettivo Cherimus a Buggerru, ma quella volta avevo mancato l'appuntamento.
Tuttavia ricordo che nella parete della mia stanza da teenager, c'era una scritta che diceva: "l'arte è un appuntamento d'amore che per impazienza sbaglia giorno, mese e anno".
E questo mio appuntamento con Alfredo Jaar si è rimandato di diversi anni. Un appuntamento che lui non conosceva e forse non conoscerà mai. Ma io c'ero. E lui pure.

E’ stato in occasione del ciclo di incontri promosso a Cagliari nell’ambito di Camposud, progetto culturale di cui vi ho già parlato in questo post, dove l’artista cileno residente a New York è stato invitato dalle curatrici Maria Paola Zedda e Giulia Palomba per dare il suo contributo al dibattito su arte, filosofia e politica.

Con una cura certosina dei vocaboli da pronunciare nel suo intervento, pari a quella utilizzata nella scelta delle immagini e nelle forme che sceglie di dare ai suoi progetti artistici, Jaar ha lavorato per sottrazione ed è riuscito a dare una forma artistica anche al suo discorso, tenendo viva l'attenzione in ogni singolo minuto del suo monologo e andando dritto al punto: quel punto che non si sa dove sia collocato perché sembra stia contemporaneamente nella testa, nel cuore e nella pancia di chi ascolta.
Non tutti gli artisti sono capaci di farlo con le proprie opere, tanto meno con le proprie parole.

Il suo racconto del museo di carta incendiato ha acceso in me la scintilla di ragazza che ama l'arte come gesto che non può prescindere da un'emozione di chi lo produce. Un'emozione che appartiene a chi sceglie di vivere il suo tempo in modo profondo, dove l’attenzione minuziosa del dettaglio non è lavorìo sterile o pedanteria, ma vera e propria cura, amore per il proprio lavoro e intenso desiderio di comunicare (trovi qui maggiori dettagli su questo e altri progetti dell'artista, in un'intervista condotta da Luigi Fassi mentre qui puoi scaricare il video del museo di carta di cui parlavo ovvero “The Skoghall Konsthall”).

Jaar sostiene che il pensiero e l'analisi del contesto siano alla base di tutto il suo lavoro e costituiscano il 99% della sua pratica artistica.
Ma da come l'ho sentito parlare, io ho percepito qualcosa di più: a me è arrivato un pensiero sostenuto da una profonda vitalità interiore. Forse è stato proprio perchè si trattava di un pensiero "in relazione", un pensiero emotivo. E forse l'integrazione di questi due aspetti (pensiero ed emozioni), è anche il campo di lavoro dell'arte, oltre che la sfida di molti psicanalisti e dei loro sempre più numerosi utenti.

Qualcuno giudicherà banali o naìf queste riflessioni, che sicuramente non sono al centro del dibattito attuale sulle questioni dell'arte, tuttavia trovo che, nell'arte, valga la pena interrogarsi sull'importanza e sulla funzione delle emozioni individuali, dell'espressività e della comunicazione. Non di rado ho percepito che individualità e interiorità siano dei grossi tabù e sembra quasi che la capacità di comunicare delle emozioni, studiata o istintiva che sia, possa sminuire il valore intellettuale di un'opera, così come l'espressione della personalità dell'artista vada a discapito del valore universale (e quindi sociale) dell'opera stessa.

Insomma, avrete capito che questo incontro è stato per me speciale e mi ha suscitato diverse riflessioni che si andranno evolvendo nel tempo.
Non posso dimenticare che sia stato costellato da tantissimi altri che in questi giorni hanno animato le giornate di Camposud e hanno sparso in questo campicello, tutt’altro che piccolo, dei semi di vitalità che cresceranno dentro ognuno di noi, partecipanti e non.
E voi cosa ne pensate? Che ruolo hanno le emozioni nell'arte? E la comunicazione? Mi piacerebbe leggere i vostri commenti!
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